
I gruppi montuosi.
Dieci massicci che si vedono, in tutto o in parte, dalla terrazza dell'albergo o entro un'ora e mezza di macchina.
Le Dolomiti non sono una catena continua ma un arcipelago: gruppi isolati, separati da valli profonde, ciascuno con una sua personalità geologica e una sua storia. Ecco i dieci che contano di più da queste parti.
La Regina: la cima più alta delle Dolomiti e l'ultimo ghiacciaio.
La Marmolada è la montagna più alta delle Dolomiti e l'unica a portare ancora un ghiacciaio degno di questo nome, adagiato sul versante nord come una coperta che si ritira di anno in anno. Il contrasto fra i due lati è la sua firma: a settentrione un pendio nevoso relativamente docile, che ha permesso a Paul Grohmann di raggiungere Punta Penia nel 1864; a mezzogiorno una parete verticale di ottocento metri, una delle grandi pareti dell'arco alpino, dove fra gli anni Trenta e Ottanta si è scritta una parte considerevole della storia dell'arrampicata europea. La roccia è compatta, grigia, e riflette la luce diversamente dal resto del massiccio.
Durante la Prima guerra mondiale il ghiacciaio ospitò la Città di Ghiaccio, dodici chilometri di gallerie scavate dagli austro-ungarici nel ghiaccio vivo per sottrarsi al tiro dell'artiglieria italiana: vi vissero centinaia di soldati, e la sua storia è raccontata nel museo più alto d'Europa, alla stazione di Punta Rocca. Oggi la funivia di Malga Ciapela porta a tremiladuecentosessantacinque metri in tre tronconi, e in venti minuti si passa dai larici alla terrazza panoramica. Il ritiro dei ghiacci e il crollo del seracco del 2022 hanno cambiato il modo in cui questa montagna viene frequentata: si va con una guida, e si va presto.
Curiosità
- Punta Penia fu salita per la prima volta il 28 settembre 1864 dall'austriaco Paul Grohmann con le guide Angelo e Fulgenzio Dimai.
- La superficie del ghiacciaio si è ridotta di oltre l'ottanta per cento dalla prima misurazione del 1888; le stime attuali ne prevedono la scomparsa entro pochi decenni.
- Il museo della Grande Guerra di Punta Rocca, a 3.265 metri, è il museo più alto d'Europa.
Esperienze collegate
- Salita in funivia a Punta Rocca all'alba, con visita al museo e alla terrazza sul ghiacciaio
- Trekking del Viel dal Pan, il sentiero panoramico che guarda la parete nord da Passo Pordoi
- Giornata di alpinismo su Punta Penia con guida alpina, per chi ha esperienza di ghiacciaio
Una fortezza quadrata al centro esatto delle Dolomiti.
Se le Dolomiti avessero un centro geometrico, sarebbe il Sella: un massiccio quadrangolare isolato da quattro valli e circondato da quattro passi, che dal basso appare come una fortezza dalle mura continue e dalla sommità piatta. È il residuo di un'unica grande piattaforma carbonatica triassica, e la sua struttura a torta stratificata è talmente evidente che i geologi la usano come modello didattico. In cima l'altopiano si apre in un deserto di pietra ondulato, punteggiato di doline e neve residua, sopra il quale svetta la cupola tondeggiante del Piz Boè, unica vetta del gruppo raggiungibile senza arrampicare.
Il Sella è anche il cuore pulsante del turismo dolomitico: intorno gli corre il Sellaronda, il carosello sciistico che collega Val Gardena, Val Badia, Arabba e Val di Fassa e che d'inverno si percorre interamente con gli sci ai piedi, d'estate in bicicletta o in moto. Nel suo ventre si nascondono la Val Setus, il canalone di ghiaia che apre la via al Rifugio Pisciadù, e le Torri del Sella, sulle quali si sono formate generazioni di arrampicatori. Un giorno di luglio ai quattro passi si incrociano ciclisti, alpinisti, motociclisti e mandrie: convivono, non sempre pacificamente.
Curiosità
- Il Sellaronda si può percorrere in senso orario o antiorario: il giro completo misura circa quaranta chilometri di piste e ventisei chilometri di impianti.
- Dal Piz Boè, nelle giornate limpide, si distinguono l'Ortles, il Gran Paradiso e le Alpi Aurine: un giro d'orizzonte di oltre duecento chilometri.
- Il rifugio Capanna Fassa, sulla vetta del Piz Boè, è uno dei pochissimi rifugi d'Europa costruiti proprio sul punto culminante di una montagna.
Esperienze collegate
- Salita al Piz Boè dal Passo Pordoi con la funivia del Sass Pordoi, la cosiddetta terrazza delle Dolomiti
- Traversata dell'altopiano dal Rifugio Boè al Rifugio Pisciadù, con discesa nella Val Setus
- Sellaronda in bicicletta durante una delle giornate estive di chiusura dei passi al traffico motorizzato
Il profilo che chiude la Val Gardena e apre l'Alpe di Siusi.
Il gruppo del Sassolungo è forse la sagoma più fotografata delle Dolomiti, perché ha la fortuna di stare esattamente dove si guarda: chiude la testata della Val Gardena, domina l'Alpe di Siusi e si specchia nei prati di Monte Pana. È composto da tre elementi che si leggono a colpo d'occhio, il Sassolungo con i suoi tremilacentottantuno metri, il tozzo Sassopiatto e in mezzo le Cinque Dita, un fascio di torri che assomiglia davvero a una mano aperta contro il cielo. Alla base, il Città di Bolzano e il Vicenza sono rifugi storici, mentre i ghiaioni che scendono verso il Passo Sella sono fra i più imponenti del massiccio.
Il giro completo attorno al gruppo è uno dei grandi classici escursionistici delle Dolomiti: undici chilometri che in mezza giornata mostrano tutti e quattro i versanti, ciascuno con una luce e una vegetazione diversa. Chi non vuole camminare può salire con la cabinovia biposto del Forcella Sassolungo, un impianto d'altri tempi in cui si viaggia in piedi, che in pochi minuti deposita a duemilaseicento metri dentro la gola fra le due cime. Sul versante dell'Alpe di Siusi, invece, il Sassopiatto offre una salita lunga ma senza difficoltà tecniche, con un panorama che si allarga fino allo Sciliar.
Curiosità
- Il nome ladino del Sassolungo è Sassolungo o, in gardenese, Sasslonch; il tedesco Langkofel ha lo stesso identico significato.
- La prima salita risale al 1869 ed è ancora una volta opera di Paul Grohmann, che in pochi anni collezionò le principali cime dolomitiche.
- La cabinovia di Forcella Sassolungo trasporta i passeggeri in piedi, due alla volta, in cabine aperte: è uno degli ultimi impianti del genere sulle Alpi.
Esperienze collegate
- Giro ad anello attorno al gruppo con partenza dal Passo Sella e sosta al Rifugio Vicenza
- Salita in cabinovia alla Forcella Sassolungo e discesa a piedi verso il Rifugio Comici
- Escursione al Sassopiatto dall'Alpe di Siusi, con rientro dal Rifugio Sasso Piatto
Il giardino di rose di Re Laurino, dove l'enrosadira ha una leggenda.
Nessun gruppo dolomitico è legato al colore come il Catinaccio, e non è un caso che il suo nome tedesco, Rosengarten, significhi giardino di rose. La leggenda ladina racconta di Laurino, re dei nani, che coltivava un roseto ai piedi della montagna; tradito e catturato proprio grazie a quei fiori, li maledisse condannandoli a non essere più visti né di giorno né di notte, dimenticando però il crepuscolo. Da allora, per pochi minuti all'alba e al tramonto, il roseto riappare sulle pareti. È la spiegazione poetica dell'enrosadira, e chiunque abbia visto le Torri del Vajolet accendersi capisce perché sia sopravvissuta ottocento anni.
Dal punto di vista alpinistico il Catinaccio è una palestra severa e amatissima: le tre Torri del Vajolet, il Campanile Delago con il suo spigolo sottile, la parete est del Catinaccio percorsa dalla via Steger. Escursionisticamente si affronta dal Passo Costalunga o dalla Val di Tires, con una rete di rifugi fittissima, dal Gardeccia al Vajolet al Passo Principe, che permette traversate di più giorni senza mai scendere a valle. Il punto più alto, il Catinaccio d'Antermoia, sfiora i tremila metri e domina un piccolo lago glaciale che resta gelato fino a giugno inoltrato.
Curiosità
- Il Campanile Delago fu salito nel 1911 da Hans Dülfer, che vi inventò di fatto la tecnica di arrampicata in opposizione che porta il suo nome.
- Il Lago di Antermoia, a 2.496 metri, è considerato il lago alpino più suggestivo delle Dolomiti occidentali e conserva ghiaccio fino a inizio estate.
- La leggenda di Re Laurino è stata raccolta e riscritta all'inizio del Novecento da Karl Felix Wolff, cui si deve la conservazione di gran parte del corpus mitologico ladino.
Esperienze collegate
- Salita alle Torri del Vajolet dal Rifugio Gardeccia, con pernottamento al Rifugio Re Alberto
- Aperitivo dell'enrosadira al Passo Costalunga, con vista frontale sulle pareti al tramonto
- Traversata di due giorni Vajolet - Passo Principe - Lago di Antermoia
Un atollo triassico fossile, e il bosco dei violini ai suoi piedi.
Il Latemar è la montagna che i geologi amano di più, perché è un atollo fossile conservato quasi per intero: la scogliera esterna, la laguna interna, i canali che la attraversavano sono ancora leggibili nella roccia, e per questo il gruppo è uno dei nove sistemi del bene UNESCO. Visto dal Lago di Carezza è un pettine di guglie sottili e ravvicinate che chiude l'orizzonte a occidente; visto dall'alto, dal Passo Feudo, è un labirinto di torri e di canaloni bianchi in cui è facile perdere il senso dell'orientamento. Il Labirinto del Latemar, un enorme accumulo di massi franati nel corso dei secoli, ne è la porta d'accesso più suggestiva.
Ai suoi piedi si stende la Foresta di Paneveggio, il bosco di abeti rossi da cui si ricava il legno di risonanza: alberi cresciuti lentissimamente, con anelli sottili e regolari, che dal Cinquecento riforniscono i liutai di Cremona e che secondo la tradizione furono scelti anche da Antonio Stradivari. Il Lago di Carezza, alla base settentrionale, è il luogo dove il Latemar si guarda allo specchio: un piccolo bacino di acqua verde smeraldo che non ha immissari visibili e il cui livello varia con la fusione delle nevi. Anche qui c'è una leggenda ladina, quella della ninfa e dell'arcobaleno.
Curiosità
- Il nome tedesco del Lago di Carezza, Karersee, e quello ladino Lech de Ergobando, l'arcobaleno, rimandano entrambi alla leggenda del mago che vi frantumò un arcobaleno per catturare una ninfa.
- Gli abeti di risonanza della Foresta di Paneveggio crescono di circa un millimetro all'anno di raggio: solo uno su mille possiede le caratteristiche acustiche richieste dai liutai.
- Il Latemar è uno dei rari luoghi al mondo in cui una piattaforma carbonatica triassica è conservata in tre dimensioni, con la sua geometria originaria intatta.
Esperienze collegate
- Passeggiata attorno al Lago di Carezza nella prima ora del mattino, quando il riflesso è ancora immobile
- Visita guidata alla Foresta dei Violini di Paneveggio con un liutaio
- Escursione al Labirinto del Latemar e al Rifugio Torre di Pisa
Un altopiano lunare a 2.600 metri, sospeso sopra le valli.
Le Pale di San Martino sono il gruppo più sorprendente delle Dolomiti perché nascondono, sopra pareti verticali di ottocento metri, un vasto altopiano desertico a duemilaseicento metri di quota: cinquanta chilometri quadrati di roccia nuda, ondulata, quasi priva di vegetazione, che chi arriva in funivia dal Col Verde percorre con la sensazione di essere atterrato altrove. È un residuo della superficie sommitale della piattaforma carbonatica, risparmiato dall'erosione, e ospita il piccolo ghiacciaio della Fradusta, oggi ridotto a una placca. Il contrasto con i boschi di San Martino di Castrozza, mille metri più in basso, è brutale.
Sul bordo dell'altopiano si alzano le cime che hanno fatto la storia dell'alpinismo dolomitico: il Cimon della Pala, chiamato il Cervino delle Dolomiti per la sua sagoma affilata, la Pala di San Martino, il Sass Maor, la Cima Canali. Le loro pareti hanno visto le imprese di Emilio Comici, Gino Soldà e Reinhold Messner. Per l'escursionista il gruppo offre invece uno degli itinerari a tappe più belli delle Alpi, con i rifugi Rosetta, Pradidali e Treviso collegati da sentieri esposti e vie ferrate storiche. Il versante di Val Canali, con il suo bosco e i prati di Villa Welsperg, è di una dolcezza inattesa.
Curiosità
- Il Cimon della Pala è raffigurato sull'etichetta di una delle acque minerali più diffuse d'Italia e sul logo del Parco Naturale Paneveggio - Pale di San Martino.
- L'altopiano delle Pale è il più esteso altopiano d'alta quota delle Dolomiti e viene usato dall'ESA come analogo terrestre per l'addestramento su terreni planetari.
- Il ghiacciaio della Fradusta, che a metà Ottocento superava i cento ettari, oggi si è ridotto a poche placche residue.
Esperienze collegate
- Salita in funivia al Rifugio Rosetta e traversata dell'altopiano fino alla Fradusta
- Escursione in Val Canali fra i prati di Villa Welsperg e il Rifugio Treviso
- Osservazione del Cimon della Pala all'enrosadira dal Passo Rolle
Il libro di testo della geologia dolomitica, aperto a metà.
Il Parco Naturale Puez-Odle è stato definito dagli stessi geologi "il libro di testo delle Dolomiti", perché in un'unica area affiorano quasi tutte le formazioni rocciose del massiccio, dai livelli permiani agli strati cretacei più recenti, sovrapposti in una sequenza continua e leggibile. Le Odle, il cui nome in ladino significa aghi, sono un fronte di guglie sottili che si alza di colpo sopra i prati della Val di Funes: la fotografia della chiesetta di San Giovanni in Ranui con quelle punte alle spalle è probabilmente l'immagine più riprodotta dell'Alto Adige. Il punto più alto, il Sass Rigais, si raggiunge per ferrata.
Alle loro spalle, verso oriente, l'altopiano del Puez è un mondo diverso: pascoli ondulati, marne grigie, avvallamenti dove il vento non smette mai, un paesaggio quasi nordico che si attraversa in mezza giornata per arrivare al Rifugio Puez. È il tratto dell'Alta Via numero due che gli escursionisti ricordano più a lungo. Questa terra è anche la patria di Reinhold Messner, cresciuto a Funes, e conserva un rapporto con l'agricoltura di montagna che non si è mai interrotto: i masi della valle sono ancora abitati e lavorati, e il fondovalle non è stato costruito.
Curiosità
- In ladino gardenese Odles significa semplicemente aghi, e descrive esattamente il profilo del gruppo visto da nord.
- Reinhold Messner è nato a Bressanone ma è cresciuto a Funes, ai piedi delle Odle, dove ha compiuto le prime salite da bambino con il fratello Günther.
- Nel Parco Puez-Odle si contano oltre venti formazioni geologiche distinte, dal Permiano al Cretaceo: nessun altro settore dolomitico ne conserva altrettante.
Esperienze collegate
- Adolf Munkel Weg, il sentiero che corre alla base della parete nord delle Odle
- Fotografia all'alba della chiesetta di San Giovanni in Ranui in Val di Funes
- Traversata dell'altopiano del Puez dal Passo Gardena al Rifugio Puez
Tre monoliti allineati: l'immagine simbolo delle Dolomiti.
Le Tre Cime di Lavaredo sono il monumento naturale più riconoscibile delle Alpi: tre torri di dolomia allineate su un unico basamento, la Cima Piccola, la Cima Grande e la Cima Ovest, che dal versante settentrionale mostrano un fronte di pareti strapiombanti alte cinquecento metri. Dal lato sud, quello del Rifugio Auronzo, sono massicce e ravvicinate; basta girare attorno per vederle separarsi e assottigliarsi fino alla vista celebre dal Rifugio Locatelli. La prima salita della Cima Grande è del 1869, ma è nel 1933 che la parete nord, vinta da Emilio Comici con i fratelli Dimai, diventa il simbolo del sesto grado e dell'arrampicata moderna.
Il paesaggio intorno porta ancora le cicatrici della Grande Guerra: qui passava il fronte fra Italia e Austria-Ungheria, e le gallerie del Monte Paterno, i camminamenti e le postazioni si visitano oggi con una frontale in tasca. Il rovescio della medaglia è la pressione turistica: la strada a pedaggio che sale al Rifugio Auronzo porta migliaia di persone al giorno nella stagione alta, e il giro classico si percorre in fila. Chi vuole vederle come meritano parte prima delle sette del mattino, oppure sale tardi e resta per il tramonto, quando i pullman sono già scesi.
Curiosità
- La Cima Grande misura 2.999 metri: un solo metro in meno della soglia dei tremila, che le è valso il soprannome di quasi tremila più famoso delle Alpi.
- La via Comici-Dimai sulla parete nord della Cima Grande, aperta nel 1933, è considerata l'atto di nascita del sesto grado dolomitico.
- Il confine fra Veneto e Alto Adige, e fino al 1918 fra Italia e Impero austro-ungarico, passa esattamente sulle vette delle tre torri.
Esperienze collegate
- Giro ad anello classico con sosta al Rifugio Locatelli davanti al fronte nord
- Visita alle gallerie di guerra del Monte Paterno con casco e frontale
- Uscita fotografica al tramonto e ritorno con le luci, quando la strada si svuota
La Parete delle Pareti, un chilometro e mezzo di roccia verticale.
La parete nord-ovest della Civetta è nota agli alpinisti di mezzo mondo semplicemente come la Parete delle Pareti: quattro chilometri di sviluppo orizzontale e oltre mille metri di dislivello verticale continuo, che dal Rifugio Coldai si offrono allo sguardo in un colpo solo. È stata per decenni il terreno di prova più severo delle Dolomiti, teatro della via Solleder-Lettenbauer del 1925, che aprì il sesto grado, e più tardi delle salite di Philipp e Flamm. Chi la vede per la prima volta nella luce del mattino fatica a valutarne le proporzioni, perché mancano riferimenti di scala.
Il gruppo si stende fra la Val di Zoldo e l'Agordino, in provincia di Belluno, e il suo giro completo è una delle traversate escursionistiche più remunerative delle Dolomiti: si attraversa il Lago Coldai, si costeggia la parete per ore, si scende poi sui ghiaioni verso Alleghe. Sul versante opposto il Lago di Alleghe, formatosi per una frana del 1771 che sbarrò il Cordevole seppellendo quattro villaggi, restituisce alla montagna un riflesso quasi lacustre. È un settore meno battuto rispetto ai grandi caroselli, e si sente nella qualità del silenzio.
Curiosità
- La via Solleder-Lettenbauer del 1925 è unanimemente considerata la prima salita di sesto grado della storia dell'alpinismo.
- Il Lago di Alleghe non è naturale: si è formato nel gennaio 1771, quando una frana staccatasi dal Monte Piz sbarrò il torrente Cordevole.
- Dino Buzzati, nato a Belluno, dedicò alla Civetta e alle Dolomiti bellunesi alcune delle sue pagine più note sulla montagna.
Esperienze collegate
- Escursione al Rifugio Coldai e al Lago Coldai, davanti alla parete nord-ovest
- Giro completo del gruppo in due giorni con pernottamento al Rifugio Tissi
- Giro in barca elettrica sul Lago di Alleghe con la Civetta alle spalle
Il gruppo isolato a occidente, dove le ferrate sono nate.
Le Dolomiti di Brenta sono l'unico dei nove sistemi UNESCO a trovarsi a occidente della Val d'Adige, separato dal resto del massiccio da cinquanta chilometri di rocce completamente diverse. Questo isolamento le ha rese un mondo a sé: guglie e campanili affilatissimi, canaloni profondi, e una densità di torri che non ha eguali. Il Campanile Basso, monolite perfetto alto trecento metri, è la montagna più elegante delle Alpi e una delle più ambite; la Cima Tosa, con i suoi tremilacentosettantatré metri, è il punto culminante del gruppo. Il Parco Naturale Adamello-Brenta li protegge dal 1967.
Qui è nata l'idea stessa della via ferrata alpinistica: la Via delle Bocchette, tracciata a partire dagli anni Trenta su cenge naturali sospese fra le pareti, permette di attraversare il cuore del gruppo camminando su terrazzini larghi mezzo metro con l'aiuto di cavi e scale. Il Brenta è inoltre l'ultimo territorio alpino italiano in cui l'orso bruno non si è mai completamente estinto, e dove il progetto Life Ursus ha riportato una popolazione stabile. Ai suoi piedi, Madonna di Campiglio e la Val d'Ambiez raccontano due modi opposti di vivere la stessa montagna.
Curiosità
- Il Campanile Basso, salito per la prima volta nel 1899, è considerato uno degli obelischi rocciosi più perfetti del mondo.
- La Via delle Bocchette è la prima grande via ferrata attrezzata delle Alpi e ha fatto scuola in tutto l'arco alpino.
- Le Dolomiti di Brenta ospitano l'unica popolazione autoctona di orso bruno delle Alpi italiane, rinforzata fra il 1999 e il 2002 con esemplari sloveni.
Esperienze collegate
- Escursione al Rifugio Tuckett e alla Bocca del Tuckett, sotto le pareti del Castelletto
- Percorso di una tappa della Via delle Bocchette con guida alpina e kit da ferrata
- Visita al centro visitatori del Parco Adamello-Brenta dedicato all'orso bruno
Le guglie

Guardatele da vicino.
Le nostre guide accompagnano su ciascuno di questi gruppi, dalla passeggiata al giro di ferrata. Quattro uscite a settimana sono incluse nel soggiorno.