
Catalogo delle piante.
Sessantaquattro specie censite nel nostro giardino d'alta quota, con nome scientifico, famiglia, fioritura, fascia altitudinale e l'uso che ne facciamo.
Sessantaquattro specie
Timo serpillo
Forma tappeti bassi e legnosi che si allargano fra le pietre del muretto a secco, coperti in piena estate da minuscoli fiori rosa-lilla. Il profumo si libera solo se lo si calpesta o lo si strofina fra le dita. È più intenso di quello del timo comune coltivato in pianura, perché la quota concentra gli oli essenziali.
Lo essicchiamo per la tisana serale della spa e lo usiamo fresco nella marinatura del salmerino al Ristorante Larice.
Menta piperita
Ibrido naturale fra menta acquatica e menta romana, riconoscibile dal fusto violaceo e dalle foglie dentate di un verde scuro lucido. Il tenore di mentolo è così alto che una sola foglia masticata raffredda la bocca per minuti. Cresce con vigore quasi infestante: la conteniamo in aiuole delimitate da lamiera interrata.
Entra nella gettata di vapore delle 15:00 in sauna e nello sciroppo che accompagna l'acqua di sorgente al bar.
Salvia dei prati
Spighe di un blu-violetto profondo che si alzano di mezzo metro sopra una rosetta di foglie rugose e grigiastre. Il fiore ha un meccanismo a leva raffinatissimo: quando il bombo entra, gli stami ruotano e gli depositano il polline sul dorso. Il profumo è più erbaceo e meno canforato di quello della salvia da cucina.
Le foglie giovani aromatizzano il burro di malga fuso servito con i canederli in Stube 1892.
Santoreggia montana
Suffrutice semilegnoso e compatto, con foglioline strette e coriacee e una nuvola di fiorellini bianchi tardivi, molto amati dalle api. Il sapore è pepato e pungente, a metà fra timo e origano, e resiste bene alla cottura lunga. Sopravvive al gelo grazie alla posizione riparata contro il muro.
È l'erba delle nostre legumiere: profuma la zuppa d'orzo e il cavolo cappuccio brasato dello chef.
Camomilla comune
Annuale dalle foglie finemente divise e dal capolino con ricettacolo conico e cavo, il dettaglio che la distingue dalle camomille inodori con cui viene confusa. Se si spezza il fiore si sente subito il profumo dolce e mielato. Si risemina da sola ogni anno lungo i bordi dell'orto.
Raccolta a mano e essiccata all'ombra, è la base dell'infuso servito nell'area relax del silenzio.
Achillea millefoglie
Foglie sottilissime e piumose, quasi felciformi, e corimbi bianchi o rosati che restano in fiore per tutta l'estate. Il nome ricorda Achille, che secondo Plinio la usava per fermare il sangue dei suoi soldati: la pianta contiene infatti sostanze emostatiche e antinfiammatorie realmente attive.
Entra nell'olio da massaggio dell'area sportiva e nel piatto di trota marinata dello chef.
Genepì
Piccolo cespo argentato dal profumo inconfondibile, dolce e amaro insieme, che cresce spontaneo solo sulle rupi d'alta quota ed è specie protetta. Nel giardino lo coltiviamo in cassoni di ghiaia calcarea, l'unico modo per farlo prosperare a questa quota. Ne bastano quaranta steli per aromatizzare un litro di distillato.
Da questi cespi nasce il genepì di casa, macerato per quaranta giorni e servito al Bar Cristallo.
Angelica
Una delle piante più imponenti del giardino: raggiunge i due metri, con fusti cavi grossi come un polso e ombrelle verdi-giallastre larghe venti centimetri. Ogni parte della pianta profuma di muschio e agrume. Biennale: fiorisce una volta sola, produce migliaia di semi e muore.
I fusti canditi accompagnano i dessert del Ristorante Larice, la radice entra nel nostro amaro di erbe.
Imperatoria
Chiamata in valle erba renza, cresce dove il bestiame ha concimato il suolo, vicino alle malghe. Le grandi foglie trilobate hanno un odore intenso e balsamico, la radice è amara e resinosa. Per secoli è stata la panacea dei pastori alpini, usata contro qualunque disturbo digestivo.
La radice essiccata è l'ingrediente firma dell'amaro d'erbe che serviamo a fine cena.
Calendula
Capolini arancioni e gialli che si aprono con il sole e si chiudono al calare della luce o prima della pioggia, tanto che i contadini la usavano come barometro. Fiorisce senza interruzione fino alle prime gelate serie. I petali sono commestibili e leggermente amari.
Il macerato oleoso dei fiori è la base del trattamento viso lenitivo per pelli sensibili.
Muschio islandico
Non è un muschio ma un lichene, cioè la convivenza fra un fungo e un'alga. Forma ciuffi bruno-verdastri e cartilaginei, coriacei da asciutti e sorprendentemente morbidi appena inumiditi dalla rugiada. Cresce di pochi millimetri all'anno: un cuscino grande come una mano può avere trent'anni.
Il decotto, dolcificato con miele di rododendro, è la tisana che serviamo a chi ha la gola irritata dal freddo.
Salice erbaceo
L'albero più piccolo del mondo: un salice vero, con tronco, rami e amenti, che raramente supera i tre centimetri di altezza perché cresce interamente sotto terra e mostra solo due foglioline tonde e lucide. Sotto il piede nudo è un tappeto liscio e fresco. Vive dove la neve resta fino a luglio.
Non lo raccogliamo: è qui perché i bambini capiscano che un bosco intero può stare sotto una scarpa.
Borracina acre
Foglioline succulente e cilindriche, gonfie d'acqua, disposte a scaglie lungo fusti striscianti che formano cuscini stellati di giallo vivo in giugno. Al tatto sono fredde e cedevoli come piccoli chicchi. Sopravvive su rocce nude e tetti di lose, dove nessun'altra pianta attecchisce.
Riveste i tratti di ghiaia calda del sentiero scalzo, dove il piede la sente cedere piano.
Semprevivo montano
Rosette compatte di foglie carnose e vellutate, orlate di peli ghiandolosi appiccicosi, che si moltiplicano per stoloni formando colonie fitte. La rosetta che fiorisce muore, ma ne ha già generate dieci intorno a sé. Contro il palmo della mano è tiepida e gommosa.
Il succo delle foglie, applicato fresco, è il rimedio della nonna per le scottature solari lievi.
Festuca
Graminacea cespitosa dalle foglie sottilissime e arrotolate su sé stesse, di un verde glauco, che formano zolle dense e elastiche. È l'erba dei pascoli magri d'alta quota, quella che regge il pascolo e il gelo. Sotto il piede nudo appena falciata è la superficie più morbida dell'intero percorso.
Chiude il sentiero scalzo con venti metri di prato falciato ogni tre giorni durante l'estate.
Carice ricurva
Forma le distese giallo-verdi dei curvuleti, i pascoli acidi delle creste, con foglie rigide e ricurve all'apice che pungono leggermente il polpastrello. Cresce lentissimamente: una zolla di mezzo metro quadrato può avere alle spalle diversi secoli di storia.
La coltiviamo per mostrare come si tiene insieme un versante: le sue radici trattengono il suolo d'alta quota.
Equiseto dei campi
Fossile vivente parente di piante alte trenta metri nel Carbonifero, si riproduce con spore e non con fiori. I fusti sterili estivi, verticillati come code di cavallo, sono ruvidi e sibilano fra le dita perché i tessuti accumulano silice. In autunno venivano usati per lucidare stagno e legno.
Il decotto ricco di silicio entra nel trattamento rinforzante per unghie fragili dell'istituto.
Felce maschio
Grande felce a fronde bipennate disposte in un vaso regolare, che in primavera si srotola dal centro in spirali strettissime chiamate crozze. Sul rovescio delle foglie compaiono in estate i sori, piccole lenti brune che contengono le spore. Ombra profonda e suolo umido sono le sue condizioni.
Non è commestibile né innocua: la teniamo per l'ombra fresca e per il gesto di srotolare una fronda.
Ortica
L'unica pianta del sentiero che si guarda e non si tocca. I peli urticanti sono microscopiche fiale di silice che si spezzano al contatto e iniettano istamina e acido formico. Bastano trenta secondi di cottura per disattivarli completamente. Cresce dove il suolo è ricco di azoto, cioè vicino alle stalle.
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Stella alpina
Ciò che sembra un fiore è in realtà una raggiera di brattee coperte da un feltro bianco di peli, che protegge dai raggi ultravioletti e dalla disidratazione: i fiori veri sono i bottoncini gialli al centro. Al tatto è di lana. Specie protetta ovunque sull'arco alpino.
L'estratto ad azione antiossidante è il principio attivo del nostro trattamento viso idratante d'alta quota.
Genziana maggiore
Fusto eretto fino a un metro e mezzo, con verticilli di fiori gialli a stella e grandi foglie opposte nervate. Impiega dieci anni prima della prima fioritura e può vivere sessanta. La radice, amarissima, va confusa con quella del velenoso veratro solo da chi non guarda le foglie.
Radici di piante coltivate, mai spontanee, macerano nella grappa di genziana servita al Bar Cristallo.
Arnica montana
Capolini giallo-arancio dai petali un po' spettinati, che sbucano da una rosetta di foglie basali pelose. Ha un odore aromatico e leggermente amaro. Tollera solo i suoli acidi e poveri: la concimazione dei pascoli l'ha fatta sparire da mezza Europa, e per questo la proteggiamo.
Il macerato oleoso dei fiori è la base di tutti gli oli da massaggio decontratturanti della spa.
Rododendro ferrugineo
Arbusto sempreverde alto mezzo metro, con foglie coriacee verde scuro sopra e coperte sotto da squame color ruggine, da cui il nome. In giugno copre interi versanti di un rosa carminio compatto. Cresce lentissimo, un centimetro l'anno, e vive oltre un secolo.
I suoi fiori danno il miele di rododendro che usiamo negli avvolgimenti corpo e nella colazione.
Botton d'oro
Fiori sferici di un giallo limone che restano sempre chiusi, come lampioncini di carta: dentro quella camera vive un moscerino del genere Chiastocheta che la impollina e vi depone le uova, in una simbiosi esclusiva. Ama i prati umidi e le sponde dei ruscelli.
Non ha impieghi: è tossico come tutte le ranuncolacee e resta nel prato solo per essere guardato.
Anemone alpino
Grandi fiori bianchi sfumati di violetto sul rovescio, portati da fusti pelosi che spuntano appena la neve si ritira. Dopo la fioritura produce frutti piumosi e arruffati che i valligiani chiamano teste di vecchio, e che restano sul prato fino all'autunno.
Come tutte le pulsatille è tossica allo stato fresco: la coltiviamo esclusivamente a scopo ornamentale.
Aquilegia alpina
Il blu più intenso dell'intero giardino, in fiori penduli larghi fino a otto centimetri con cinque speroni ricurvi che contengono il nettare. Solo i bombi dalla lingua lunga riescono a raggiungerlo; gli altri forano lo sperone dall'esterno e rubano il nettare senza impollinare.
Specie rara e protetta, presente solo per la fioritura di giugno: nessun impiego in cucina o in spa.
Campanula barbata
Campanelle azzurro pallido rivolte verso il basso, con il margine frangiato da lunghi peli bianchi che le danno il nome e che impediscono agli insetti striscianti di rubare il nettare. Bastano poche piante per far sembrare il prato mosso dal vento anche quando l'aria è ferma.
Ornamentale. I fiori compaiono a volte, freschi e intatti, sui dessert al piatto del Ristorante Larice.
Garofano selvatico
Fiore solitario rosa acceso, con cinque petali dal margine finemente dentato, portato da steli sottili sopra ciuffi di foglie lineari glauche. Profuma poco di giorno e molto verso sera, quando lo visitano le falene. Predilige i suoli calcarei aridi e le fessure delle rocce.
I petali, dal sapore delicatamente speziato, decorano le composizioni di frutta della colazione.
Tarassaco
La pianta più sottovalutata del prato: si riproduce per apomissia, cioè produce semi senza fecondazione, ed è quindi un clone perfetto della madre. Il capolino giallo è composto da oltre duecento fiori distinti. Il lattice bianco del fusto macchia le dita e non va via facilmente.
Le foglie giovani finiscono nell'insalata di primavera, i boccioli sotto aceto e i fiori nel nostro sciroppo.
Farfara
Il primo giallo dell'anno: i capolini spuntano su fusti squamosi quando c'è ancora neve al suolo, e le foglie arrivano solo dopo, larghe e a forma di zoccolo, bianche e feltrose sul rovescio. È la pianta che annuncia la fine dell'inverno in valle.
L'infuso dei fiori, tradizionale rimedio per la tosse, apre la carta delle tisane di marzo.
Pino mugo
Non è un albero ma un arbusto prostrato, con rami che strisciano al suolo per decine di metri prima di rialzarsi: una forma che gli permette di farsi seppellire dalla neve senza spezzarsi. Gli aghi corti e rigidi, sfregati, liberano un profumo resinoso e pulito.
Dai germogli distilliamo l'olio essenziale usato nel bagno caldo del percorso recupero dello sciatore.
Cirmolo
Il re delle Alpi: aghi riuniti a cinque, chioma irregolare scolpita dal vento, e una vita che può superare i mille anni. Dipende interamente dalla nocciolaia, l'uccello che ne nasconde i semi nel terreno e ne dimentica abbastanza da rigenerare il bosco. Il legno profuma per decenni.
Il legno riveste la biosauna, l'olio dei rami entra nel Rituale del Cirmolo e nei cuscini delle camere.
Larice
Unica conifera europea a perdere gli aghi in inverno, una scelta che le permette di sopravvivere dove nessun altro albero resiste. In ottobre l'intero versante diventa oro. Gli aghi sottili producono sotto il vento un sibilo continuo, il suono di fondo di questo bosco.
I germogli primaverili diventano gelato e sciroppo; la resina profuma le gettate di vapore delle 17:00.
Abete rosso
Aghi rigidi e pungenti inseriti singolarmente su un piccolo piolo legnoso, pigne pendule che cadono intere. È l'albero dei liutai: il legno di risonanza delle valli dolomitiche viaggia da secoli verso Cremona. Sotto il vento la chioma produce un fruscio profondo, quasi marino.
Con i germogli di maggio prepariamo lo sciroppo per la tosse e la salsa dolce del dessert al larice.
Faggio
Corteccia liscia e grigio argento, foglie ovali con margine ondulato e ciglia sottili lungo il bordo. Qui è al limite altitudinale superiore, e si vede: cresce basso e ramificato. Le foglie secche restano attaccate ai rami giovani tutto l'inverno e crepitano a ogni soffio di vento.
Il legno alimenta la brace del Ristorante Larice, dove cuociono la sella di camoscio e le radici.
Ontano verde
Arbusto invadente che colonizza i pascoli abbandonati e i canaloni da valanga, dove i fusti flessibili si piegano sotto la neve senza rompersi. Le foglie larghe e appiccicose battono l'una contro l'altra con un rumore secco e riconoscibile. Fissa l'azoto e arricchisce il suolo.
Lo conteniamo ogni autunno: i rami tagliati diventano le fascine dei fuochi esterni del giardino.
Sorbo degli uccellatori
Albero snello dalle foglie composte, con corimbi bianchi in primavera e grappoli di bacche arancio-scarlatte che restano fino a dicembre. Il nome deriva dall'uso, oggi vietato, di adoperarle come esca per gli uccelli. Crude sono aspre e poco digeribili; cotte diventano ottime.
Le bacche diventano la gelatina amarognola servita con la selvaggina e i formaggi di malga.
Maggiociondolo
In maggio si copre di lunghi grappoli penduli di un giallo abbagliante, profumati e visitati da centinaia di bombi. Tutta la pianta, e in particolare i semi, contiene citisina, un alcaloide fortemente tossico. Il legno, durissimo e scuro, era usato per i pali delle recinzioni.
Nessuno: è velenoso. È segnalato con una targa rossa e tenuto lontano dai percorsi dei bambini.
Ginepro comune
Aghi corti e acuminati riuniti a tre, con una riga bianca sulla pagina superiore. Quelle che sembrano bacche sono in realtà coni carnosi, che impiegano due o tre anni a maturare dal verde al blu-nero pruinoso. Sulla stessa pianta convivono quindi frutti di annate diverse.
Le bacche profumano il camoscio, la marinatura della trota e il gin d'erbe distillato per il Bar Cristallo.
Erba cipollina
Cespi di foglie cave e cilindriche che ricacciano dopo ogni taglio, sormontati in estate da pompon rosa-lilla di fiori commestibili. È spontanea sulle Alpi lungo i corsi d'acqua, non solo coltivata. Il sapore è quello della cipolla, ma pulito e privo di retrogusto.
Tagliata al momento, chiude il piatto d'uovo del maso e la crema di patate della Stube 1892.
Levistico
Detto anche sedano di monte, arriva a due metri con fusti cavi e foglie lucide profondamente incise. L'odore è potentissimo e ricorda il dado da brodo, al punto che in Germania lo chiamano erba Maggi. Una foglia sola basta per una pentola intera: è facile esagerare.
È la base aromatica del brodo di verdure e della zuppa d'orzo servita tutti i giorni a pranzo.
Dragoncello
Foglie strette e lucide dal sapore anisato con una netta nota amara, capaci di lasciare un lieve intorpidimento sulla lingua. La varietà francese, l'unica interessante in cucina, non produce semi fertili e si moltiplica solo per talea. Teme il ristagno d'acqua più del freddo.
Aromatizza l'aceto di casa e la salsa che accompagna la trota del lago al Ristorante Larice.
Cavolo nero d'alta quota
Foglie lanceolate, bollose e di un verde bluastro quasi nero, disposte lungo un fusto eretto. È l'ortaggio che meglio sopporta il gelo: la gelata non lo danneggia, anzi converte l'amido in zuccheri e lo rende sensibilmente più dolce. Si raccoglie foglia per foglia fino a gennaio.
Lo raccogliamo sotto la neve per la zuppa invernale e per le chips croccanti dell'aperitivo.
Silene rigonfia
Chiamata in Trentino sciopìt per il rumore che fa il calice gonfio quando lo si schiaccia sul dorso della mano. I fiori bianchi si aprono verso sera e profumano per attirare le falene. I germogli primaverili hanno un sapore dolce, vagamente di pisello fresco.
I germogli di aprile diventano il risotto di primavera e il ripieno dei ravioli d'erbe.
Mirtillo nero
Arbusto nano dal fusto verde e spigoloso, con foglie decidue che in autunno virano al rosso rame. La polpa è violacea fino al centro, e per questo macchia: è il carattere che lo distingue dal mirtillo americano coltivato, bianco all'interno e assai meno saporito.
Diventa l'aceto di mirtillo della cucina, la crostata della merenda e il sorbetto d'estate.
Mirtillo rosso
Sempreverde a foglie coriacee e lucide con il bordo ripiegato, produce bacche rosse compatte dal gusto acidulo e amarognolo che maturano tardi, spesso dopo la prima brina. Si conserva a lungo grazie al suo naturale contenuto di acido benzoico.
Fermentato, accompagna la sella di camoscio; in confettura è servito con il Puzzone di Moena.
Lampone
Colonizza per primo le radure aperte da un taglio o da un incendio, con fusti biennali che fruttificano il secondo anno e poi seccano. Il frutto si stacca dal ricettacolo lasciandolo sulla pianta, motivo per cui resta cavo. Profuma già a mezzo metro di distanza.
Colazione, sorbetti e il macerato che dà il colore allo spritz alpino del Bar Cristallo.
Ribes alpino
Arbusto rustico e denso, con foglioline trilobate e grappoli di bacche rosse traslucide dal sapore acquoso e appena dolce, molto meno intenso di quello del ribes rosso da giardino. Sopporta l'ombra fitta e i venti freddi meglio di qualunque altro piccolo frutto.
Le bacche entrano nella gelatina servita a colazione; i rami fitti formano la siepe frangivento dell'orto.
Rosa canina
Fiori rosa pallido di cinque petali, semplici e effimeri, seguiti in autunno dai cinorrodi rossi che contengono fino a venti volte la vitamina C di un'arancia. All'interno una peluria irritante, che i bambini di una volta usavano come polverina da prurito.
I cinorrodi diventano la confettura della colazione e la tisana rossa servita nel giardino d'inverno.
Luppolo
Liana rampicante che cresce fino a sei metri in una sola stagione, avvolgendosi sempre in senso orario, con fusti ruvidi e uncinati. I coni femminili contengono la luppolina, polvere gialla e appiccicosa dall'aroma amaro e resinoso, con effetto blandamente sedativo.
I germogli di aprile si servono come asparagi selvatici; i coni profumano i cuscini per dormire.
Sassifraga a foglie opposte
Detiene il record europeo di quota per una pianta a fiore: è stata trovata oltre i quattromilacinquecento metri sul Dom. Forma cuscinetti densissimi di foglioline squamose coperti in primavera da fiori viola-magenta. Il nome significa spacca-pietra, per la sua abitudine di radicare nelle fessure.
Nessun impiego. È qui perché insegna meglio di ogni altra cosa cosa significa resistere.
Soldanella alpina
Fiori penduli lilla dal margine finemente sfrangiato, come piccoli lampadari. Fiorisce letteralmente dentro la neve: il tessuto scuro assorbe la radiazione solare e scioglie il manto sopra di sé, aprendo un cilindro d'aria attraverso cui il fiore emerge. Le foglie sono tonde e coriacee.
Ornamentale e protetta. La cerchiamo con gli ospiti a fine aprile, ai bordi delle chiazze di neve.
Croco
Appena la neve si ritira, i prati si coprono in pochi giorni di calici bianchi o violetti che si aprono con il sole e si richiudono con il freddo. Nasce da un bulbo-tubero che ha accumulato riserve tutto l'anno precedente. La fioritura di un versante intero dura meno di due settimane.
Non è lo zafferano e non si raccoglie: la sua fioritura apre ufficialmente la stagione del giardino.
Primula orecchia d'orso
Rosette di foglie carnose e glauche, coperte da una farina bianca che riduce l'evaporazione, e ombrelle di fiori gialli dal profumo dolce e miellato. Vive incastrata nelle rupi calcaree verticali, dove la neve non ristagna. Fu tra le prime alpine coltivate nei giardini europei del Cinquecento.
Specie protetta, presente solo a scopo di conservazione e osservazione. Non si raccoglie mai.
Nigritella
Orchidea alpina in miniatura, con una spiga conica compatta di un rosso-nero vellutato e un profumo di vaniglia e cacao che si sente a distanza. Molte popolazioni si riproducono per apomissia, generando semi identici alla pianta madre. Cresce solo su pascoli mai concimati.
Rigorosamente protetta. Il suo profumo è la sorpresa che riserviamo agli ospiti a metà luglio.
Orchidea maschia
Spiga di fiori purpurei con labello trilobo e macchie scure, sopra foglie spesso punteggiate di bruno. Non offre nettare: attira i bombi con il solo inganno della forma e del colore. Dipende da un fungo simbionte nel suolo, e per questo è impossibile trapiantarla.
Protetta e non raccolta. È l'indicatore che ci dice che il prato non è mai stato concimato chimicamente.
Farfaraccio
Ha le foglie più grandi della flora alpina, fino a settanta centimetri di diametro, tanto che il nome greco petasos indica il cappello a larghe falde. Compaiono dopo la fioritura, lungo il ruscello, e si usavano davvero per avvolgere il burro e tenerlo fresco durante il trasporto.
Lo lasciamo lavorare: le sue foglie ombreggiano la sponda del ruscello e tengono fresca l'acqua.
Tiglio selvatico
Foglie cuoriformi asimmetriche e infiorescenze appese a una brattea membranosa che funziona da elica quando i frutti cadono. Nelle sere di luglio il profumo dolcissimo si sente da cinquanta metri e l'albero intero ronza: migliaia di api e falene lo visitano fino a notte fonda.
I fiori raccolti in due giorni precisi diventano la tisana serale più richiesta della casa.
Sambuco nero
Grandi ombrelle bianche e piatte che sembrano galleggiare nel buio, con un profumo dolce e muschiato che si intensifica dopo il tramonto. I frutti neri vanno sempre cotti: crudi contengono glicosidi che provocano nausea. Il midollo tenero dei rami serviva a costruire zufoli.
I fiori diventano lo sciroppo della colazione e il sorbetto; le bacche cotte la salsa scura della selvaggina.
Betulla bianca
La corteccia bianca, che si sfoglia in strisce sottili come carta, riflette la luce della luna e rende il boschetto visibile anche senza lampade. I rametti penduli e le foglioline triangolari producono nella brezza serale un fruscio leggero e continuo, il suono di questa zona.
La linfa raccolta a marzo diventa una bevanda drenante; le foglie entrano nella tisana depurativa.
Valeriana rossa
Pannocchie di piccoli fiori rosso-carminio o bianchi, ciascuno con un lungo sperone nettarifero accessibile solo a farfalle e sfingi. Il profumo aumenta nettamente al calare del sole. Colonizza i muri a secco e i terreni poverissimi, dove fiorisce senza sosta per quattro mesi.
Riveste il muro dell'osservatorio e attira le sfingi crepuscolari che gli ospiti osservano d'estate.
Lavanda
La specie di montagna, a foglia stretta, è più rustica e più fine nel profumo rispetto ai lavandini ibridi delle coltivazioni industriali. Sopporta il gelo e il suolo calcareo, ma non l'umidità stagnante. Il profumo persiste sui fiori essiccati per due o tre anni.
Profuma la gettata di vapore delle 20:30 e i sacchetti di fiori secchi che mettiamo sotto i cuscini delle camere.
Melissa
Foglie rugose e vellutate che, sfregate, liberano un netto profumo di limone destinato a svanire in fretta: per questo va usata fresca. Il nome greco significa ape, e gli apicoltori strofinavano da sempre gli sciami con le sue foglie per farli restare nell'arnia.
È l'ingrediente principale della tisana della buonanotte lasciata ogni sera nel corridoio delle camere.
Iperico
Guardando una foglia controluce si vedono centinaia di punti traslucidi: sono ghiandole oleifere, non fori. Se si sfregano i boccioli fra le dita restano macchie rosso sangue, dovute all'ipericina. Fiorisce attorno al solstizio, e la tradizione lo lega alla notte di San Giovanni.
L'olio rosso, macerato al sole per quaranta giorni, è la base del massaggio decontratturante profondo.
Il censimento è aggiornato ogni primavera dal nostro giardiniere insieme a un botanico dell'università. Le specie spontanee comparse da sole nel perimetro vengono lasciate e registrate: sono ormai una trentina.

Camminate scalzi all'alba.
Il Sentiero Scalzo si percorre meglio prima delle otto, quando la rugiada è ancora sull'erba e il legno del ponticello è freddo. Dura venti minuti.